Giovannino giocava centravanti nella Roma. Lo faceva ogni domenica e poi, il lunedì, raccontava la sua partita ai colleghi d’impianto durante l’ora di fermo passata in mensa. Il resto del tempo e della settimana, invece, parlava in continuazione dei problemi con l’allenatore e con i compagni di squadra, ricordava quella volta che aveva giocato in nazionale in coppia con Gianfranco Zola e riferiva con dovizia di dettagli i suoi successi con le veline. Giovannino parlava di continuo, ma l’unico ad ascoltarlo davvero era Luigino, il collega con il quale lavorava in coppia.
Il lavoro dei due consisteva nel frugare grandi sacchi di iuta per tirarne fuori bustine usate del the da schedare poi una a una per varietà, tipologia, stabilimento di produzione, utilizzatore e altre decine di categorie. Questo, che oggi può sembrare un lavoro inutile, era a quel tempo un impiego di grande responsabilità – almeno per quel che riguardava la regolarità burocratica e amministrativa di quelli che in quel periodo venivano creduti impianti teinoelettrici.
La grande truffa dell’elettricità ricavata dalle bustine di the esauste nacque in tivvù, quando il Professor M. annunciò durante un talk-show la sua scoperta portentosa che avrebbe permesso al nostro Paese di diventare il più grande produttore mondiale di energia pulita. Il Governo, spinto dalle pressioni dell’opinione pubblica, investì fiumi di denaro nella realizzazione degli impianti disegnati dal Professor M. e nella promozione del the in bustina.
Per la gioia degli urologi, in pochissimo tempo il bere the in bustina divenne un’azione patriottica. I produttori di the per infusori fallirono, le fabbriche di infusori chiusero, le vendite delle altre bevande subirono una notevole flessione.
Una volta realizzati, gli impianti del Professor M. si rivelarono non funzionanti. Risultò tuttavia praticabile il recupero di circa il novanta percento dei fili delle bustine del the, che venivano selezionati, lavati e rivenduti.
Il Governo decise allora, in gran segreto, di realizzare degli impianti paralleli per la produzione di energia elettrica dall’olio di palma: investì ancora altro denaro in una campagna d’opinione contro l’utilizzo dell’olio di palma negli alimenti e convinse i consumatori a boicottare l’acquisto di prodotti che lo contenessero. Così, di botto, gli impianti trovarono tutto il carburante necessario per produrre elettricità fingendo che questa venisse ricavata dal the.
Il the continuava comunque a essere bruciato come se nulla fosse e la sera, tornando a casa, Giovannino olezzava una volta di pesca e un’altra di bergamotto. Il lavoro di Giovannino, dicevo, per quanto inutile ai fini della produzione dell’energia elettrica, era considerato burocraticamente così rilevante che una volta i carabinieri andarono a prelevarlo a casa sua, perché desse spiegazioni sull’errata catalogazione di una bustina di the earl grey.
La mamma di Giovannino, alla vista dei carabinieri non si scompose ma avviò una diretta facebook per documentare in diretta l’arresto del figlio. “Eccolo, eccolo, lo stanno portando via! Bastardo!”, urlò la madre invasata nella speranza – poi realizzata – che il suo video facesse il giro del mondo.
Giovannino ne aveva passate parecchie: un mento molto sporgente aveva alterato, fin dalla nascita, i lineamenti dolci che ogni bambino meriterebbe. Crescendo, poi, aveva nascosto la scucchia con una barba via via più folta e mal curata e, infine, di quel difetto si era persa quasi conoscenza, persino in famiglia.
Chiunque lo avesse incontrato, però, non riusciva a parlare di lui senza far riferimento a una caratteristica esemplare del suo viso, un Naso che – pur non essendo particolarmente prominente – aveva due piccole gobbe sulla cima e un’evidente flessione del setto verso sinistra. Sosteneva di aver avuto un bel nasino all’insù, da giovanissimo, e che questo fosse diventato un Naso solo a seguito di un fortunato incidente in bicicletta in montagna, d’estate. Se ne andava per strade sterrate con altri due ragazzini quando, durante una discesa ripida, la ruota anteriore s’incagliò in un avvallamento catapultandolo contro un masso: “fortunatamente”, diceva dandosi soffici pugni sul cranio, “il naso incontrò il masso prima de ‘sta capoccia”. I due amici, raccontava, si spaventarono moltissimo nel vedere il suo viso pieno di sangue. Uno dei due aveva poi militato giovanissimo nel Brescia con Roberto Baggio; l’altro era diventato un pezzo grosso nei servizi segreti – talmente ingombrante che aveva dovuto cambiare nome, sesso e connotati e andare a vivere sotto protezione in Micronesia.
Nonostante tutto, Giovannino ora giocava centravanti nella Roma, ogni domenica. E durante la settimana aveva tantissime cose da raccontare a Luigino e agli altri colleghi.
Le ragazze impazzivano per lui. La sera, per tornare a casa dal lavoro, passava da una lunga strada buia nella quale decine di ragazze lo chiamavano “Giovannino! Giovannino!” e lui talvolta si fermava perché pensava volessero un autografo, ma poi volevano fare cose sconce e lui non se la sentiva di tirarsi indietro e, anzi, alla fine lasciava anche qualche soldo alle giovani sedotte. Capitò poi una sera che una ragazza tra quelle lo fermò per un autografo ma Giovannino aveva dimenticato il portafogli nello spogliatoio degli operai, quella c’era rimasta male e s’era messa a urlare. Era intervenuto allora un ultrà della Lazio grande e grosso che, non vedendo l’ora di picchiare il centravanti della Roma, gli aveva rotto tutte le ossa tranne il setto nasale.
Giovannino riprese conoscenza in un letto d’ospedale. Divideva la camerata con un vecchio. L’infermiere gli disse: “Sei fortunato, ti è toccato tuo padre come compagno di stanza”.
Giovannino conosceva pochissimo suo padre Frank. Sapeva che era stato un socialista americano e che era fuggito dagli Usa perché perseguitato dalla Cia. Era stato accolto in Italia dal Partito e aveva conosciuto la mamma, venticinque anni più giovane di lui, durante i funerali di Berlinguer: i due avevano passato la notte insieme, prima a piangere il segretario, poi a bere e infine a fare cose sconce (dalle quali era nato Giovannino).
Frank non aveva mai imparato davvero bene l’italiano, e forse per questo Giovannino non era mai riuscito a entrare in sintonia con lui. Frank aveva passato la maggior parte del suo tempo con il piccolo Giovannino nelle sale bingo, a bere e buttare via la sua pensione da funzionario di partito. La domenica, da bambino, Frank portava il figlio a vedere il Real Tuscolano, e in quelle occasioni si divertivano molto. Poi Giovannino era diventato maggiorenne e centravanti della Roma: considerando sconveniente farsi vedere in uno stadio della capitale a tifare un’altra squadra, non avendo altri punti in comune, smisero di vedersi e non si cercarono più.
Frank non aveva mai superato il trauma del fallimento del socialismo reale – ed era questo forse il motivo per il quale lo avevano ingessato con il pugno chiuso sollevato. L’americano aveva l’orecchio assoluto: ascoltando il suono delle monete che cadevano nelle cassette metalliche delle slot-machine sapeva perfettamente quante monete erano contenute al loro interno. Le aveva osservate per anni e aveva capito che per ogni quattrocentosettantasette euro inseriti la macchina ne restituiva duecentocinquanta. Sviluppato l’orecchio assoluto, si era appostato per mesi in un angolo oscuro di una sala giochi ad ascoltare il suono delle monete che scendevano nelle cassette metalliche e ad attendere il momento adatto per intervenire e guadagnare un bel po’ di soldini, finché un tizio di nome Carlo lo aveva scoperto e gli aveva rotto tutte le ossa mandandolo in ospedale.
Il vecchio Frank notò il Naso e riconobbe subito il figlio. Disse “Mai stato tanto malo da omicidio Kennedy”. Raccontò per la prima volta al figlio del senso di colpa per non aver fermato la mano di Oswald, “giusto kill uomo per idea socialismo?” e che “mio sogno era sing concerto in Piazza Rossa di Mosca per tutti proletari del mondo uniti”.
“Davvero tu figlio no capito chi sono io?”, domandò Frank, “io stato Elvis, re di rock’n’roll”. La sua voce aveva fruttato miliardi di dollari e fatto impazzire milioni di ragazze – “tale padre tale figlio, anch’io ho un discreto successo con le donne”, puntualizzò Giovannino – ma l’unica cosa che lui e Nixon avevano davvero a cuore era la realizzazione del socialismo reale in tutto il pianeta.
Nixon si era fatto eleggere astutamente alla Casa Bianca da repubblicano e stava preparando il tracollo economico degli Stati Uniti e del capitalismo quando la CIA scoprì il piano e lo costrinse alle dimissioni. Qualche anno dopo, quando Angleton scoprì il coinvolgimento di Elvis nel complotto sovietico per la conquista del mondo, l’agente Kalugin ne inscenò la morte e lo portò dritto dritto a Botteghe Oscure.
“Tua figlia è stata sposata con Michael Jackson”, disse l’infermiere al vecchio mentre gli cambiava la padella. “Mia sorella è stata sposata con Michael Jackson”, disse Giovannino. “Io rinunciato a mia vita per idea fallita”, disse Elvis prima di addormentarsi.
Due giorni dopo il tiggì delle venti annunciò il ritorno di Elvis.
“Infermiere spione”, disse Giovannino subito prima che il cronista raccontasse come Elvis avesse inscenato la sua morte negli anni settanta per sfuggire ai creditori e si fosse poi rifugiato nell’isola di Linosa, dove aveva vissuto da pescatore.
“Impostore”, disse il vero Elvis con le ossa rotte.
Quando l’infermiere andò a cambiare la padella a Elvis, Giovannino gli raccontò di quanto aveva detto il tiggì. “Dovete andare a Linosa subito”, disse l’infermiere, “ma non vi faranno mai uscire di qui in questo stato”.
L’infermiere legò venti lenzuola tra loro, imbracò i due per bene e provò a calarli dalla finestra. “Finito il turno vi caricherò in automobile e ce ne andremo a Linosa”, disse l’infermiere subito prima che l’imbracatura cedesse e padre e figlio rovinassero a terra.
Le ossa rotte divennero frantumate.
Erano le due di notte ed era già domenica, Giovannino chiuse gli occhi e sperò di riaprirli in tempo per giocare quel pomeriggio da centravanti nella squadra della Roma.